26/02/2006
A guardarli così non si direbbe
A guardarli così non si direbbe. A vederli da qui, sparsi sporchi brutti inutili e vecchi, non sembra neppure probabile che abbiano dato forma a desideri. Eppure certi sono ancora interi. Altri come dopo una caduta dal terzo piano. Molti arrugginiti. Tanti e tanti, che a volerli assemblare con gli altri rottami ne verrebbe fuori qualcosa di certamente originale. Qualcosa di informe e mastodontico. Oltre ci sono io, che sto a guardarli come imbambolato. Perché tutte quelle cose devono necessariamente aver rappresentato, in chissà quanti e quali momenti di vita, un valore. Come se una fune a cui aggrapparsi per non precipitare, per non sentirsi poveri, lentamente scendendo mentre si spellano le mani, per non farsi male. Per non rischiare il salto. C’è tutto. Anche vecchi sedili di automobili. Chissà quanti ci hanno fatto l’amore, su quei sedili. Oppure lo hanno desiderato. Chissà chi ci è salito l’ultima volta per poi morire. Chissà che storia nasconde, se la nasconde. Oppure è un anonimo sedile di utilitaria, usato da padroni borghesucci che lo hanno pulito regolarmente a fine settimana, assieme alla carrozzeria dell’auto, con un piumino colorato. E non è mai accaduto niente, solo monotona vita nella nebbia di chissà quale grande città. O noia di paese, condita da urla di cortile e sorde campane di sagrestano. Chissà. O forse è appartenuto a uno di quelli che sa cosa c’è dietro lo sguardo di un altro. Che prima di salirci, nell’auto, ti guarda prima dritto negli occhi per poi abbassarli, gettando via la cicca con un gesto sicuro della mano. Di quelli che alla sera ha una donna che li aspetta e li accoglie gettandogli le braccia al collo. Di quelli che li guardi sempre mentre vanno via con stile, che veramente non passa inosservato. In linea anni sessanta, cappello e impermeabile e strisce bianche sulle gomme sottili, ruote cromate stile vecchia America. Forse uno così ci avrebbe fatto l’amore in macchina, forse. Forse il sedile avrebbe visto travolgenti passioni, notti illuminate dal biancore di corpi. Al suono di una radio che al solo immaginarla possibile una situazione così, c'è da rabbrividire di noia. Oppure la musica. Non mi stupirei di trovare delle note frantumate qui, a cocci come vetro di un bicchiere. In ogni automobile dovrebbe esserci una radio. Forse il sedile è appartenuto a una macchina il cui padrone era un musicista. Un violinista. Uno che pensa. Un intellettuale della musica. Un artista che scrive la musica e la suona e la scrive e la corregge, la suona e la prova e nella notte mentre da solo, mentre piange perché chissà, perché non ha e scrive le note al mondo e tristemente suona tristemente pesta i polpastrelli sulle corde. Un tipo dai capelli lunghi cotonati ricci e un lungo cappotto nero e il violino di legno di ciliegio nella custodia. Quel sedile avrebbe visto in faccia la tristezza. Chissà quanti tragitti e viali alberati trascorsi in silenzio, guidando moderati, ripassando mentalmente lo spartito. Chissà quante volte s’è sentito l’eco al chiudersi degli sportelli. O un tonfo sordo al mattino presto, con gli occhi ancora pesti dal sonno e le mani gelate dal freddo. Che vita!, o forse no. Non succede mai niente. C'è da inventare tutto.26/02/2006
La cravatta è a posto
La cravatta è a posto. Io la cravatta non la indosso mai, e quando la porto, devo portarla bene; sennò niente. La cravatta va bene, dicevo, e il suo nodo è perfetto. Guardare come sono ordinato e ben vestito allo specchio è per me come, come se come io come dico come e basta, perché non mi viene la metafora. Mi guardo il centro della fronte e faccio facce strane, di luce dura o vissuta, tipo quelle che dovrei fare nel corso della mia giornata, immaginandomi con la gente che solitamente incontro, o con quella che potrei - date determinate e varie circostanze - potenzialmente incontrare. Sempre, quando sono allo specchio faccio queste prove. Metto a posto il colletto della camicia oppure abbottono il cappotto. Io ho un cappotto molto bello, che mi allarga le spalle. Di tre quarti sono bellissimo, col cappotto; però visto di fronte mi trovo meglio con la giacca. Io odio mettermi la mano in tasca, quando indosso i miei vestiti. Non sono assolutamente quel tipo che, davanti allo specchio mette la mano in tasca, no. Chi mette la mano in tasca davanti allo specchio, con un piede in avanti, è certo che non sa portare i vestiti. Mi allarga le spalle e mi slancia. Sotto il cappotto di solito metto una giacca grigia. Muovo le mani per darmi un contegno, mi imito perfettamente quando incontro Bruno, giù in strada, oppure Biagio, che sta sempre al bar a leggere il giornale davanti a un caffè bollente. Biagio è uno che dell'eleganza non gliene frega niente, ma non mi sono mai permesso di rimproverarlo, perché ognuno fa quello che vuole. Io mi muovo con fare programmato. Non faccio passi a caso, io devo muovermi controllando capillarmente i miei gesti; l'estetica del mio portamento deve rasentare la plasticità dell'erotismo, io devo giungere a una tale, dico tale perché non mi viene la giusta parola, adesso, ma si capisce che voglio e che sono esigente io, dico. Ho anche un cappello. Il mio cappello non è un cappello come tutti gli altri. Il mio cappello, a differenza di tutti gli altri cappelli, è un cappello bello. Lo specchio potrebbe confermarvelo, tanto me lo mostra tanto, a me, che lo guardo ora, io. Dico, in quest'istante, sto guardandomi e sto considerandomi bellissimo, allo specchio. Per via del cappello, certo; ma anche perché porto il cappotto con estrema eleganza, e soprattutto perché la mia bellezza è una bellezza che direi, senza presunzione, naturalmente, una bellezza interessante una bellezza non comune. E' un dato di fatto, la mia bellezza. Anche se non sono bello come gli altri belli. E' una prova provata la mia bellezza, perché la riscontro ogni qualvolta mi specchi allo specchio. La mia non è una bellezza standard. Sia ben chiaro che l'approccio con la mia figura è sempre critico. Non mi pongo davanti a me col pregiudizio o la banale convinzione di trovarmi bello. Io bello lo devo diventare, perché la bellezza, più che una qualità è una precisa attitudine al trasformismo, o alla creatività di sé. Intendi, devi trasformare te stesso, sennò, più che brutto o insignificante, rischi di apparire monotono. Ed è deprimente, una persona monotona. E sarebbe abbastanza deprimente, considerarmi monotono. Io, e lo dico sempre con tutta la forza che ho dentro, per essere bello devo piacermi. Non devo piacere, no. No, affatto, io non ho bisogno di piacere a nessuno. Io devo piacere a me. E sono bello perché sono io a decidere d'esser bello; sono io a dirlo, è merito mio esserlo. Non sono bello perché lo dicono gli altri, sono bello e basta perché non potrei essere altrimenti. Non sono il riflesso della bellezza patinata, non sarò mai la proiezione dei belli da vetrina. Sono io che regolo il mio mercato, sono io che genero il consenso supremo, quello mio, che mi considera bello. Io sono bello perché sono bello. I miei pantaloni hanno la piega. I miei pantaloni sono cuciti su di me. Per me indossare il pantalone è un rito. Devono avere la piega, e devono essere lunghi al punto giusto. Devono poggiare l'orlo sul dorso del piede, i miei pantaloni, e soprattutto, devono sfiorare il principio del tacco delle scarpe. Devono farlo anche quando cammino, e la mia sarta - poveretta - impazzisce a trovare il giusto compromesso, ogni volta. Io la aiuto facendo prove su prove. Collaboro. Alzo la gamba come stessi camminando, davvero cammino, mi muovo insomma, cammino, accavallo le gambe, mi siedo. E tutte le volte che ha cercato di prendere gli altri pantaloni come piano di rifermento, io ero o più grasso o più magro. Cambiando il mio corpo cambia anche il mio modo di muovermi. E questa storia non ha fine.24/02/2006
la ringhiera
Certe mattine, soprattutto quando il tempo è grigio, il verde della ringhiera da squillante diviene opaco. E' una vecchia ringhiera, ornamentata con motivi floreali, lurida nel corrimano e malconcia tutta. Pare strano perché non ci sale mai nessuno, da quella scala. Eppure tante mani devono essersi aggrappate a quella ringhiera, tanti passi devono avere calpestato quesgli scalini.
Non conosco il mio vicino.
Non l'ho mai visto, né mai ho sentito provenire voci, e neppure dei rumori; non so se è giovane o vecchio, maschio o femmina, non so se ha moglie oppure, se è donna, un marito dondolante su un bastone. O un uomo impegnato; una giovane coppia con lei tutta sorrisi e baci e sbirciatine d'attesa alla finestra. Non so se sono ricchi o poveri, i miei vicini o il mio vicino. A giudicare dal palazzo, dal vago stile liberty però ridotta la facciata uno schifo, annerita e frantumata di tutti i suoi petali, ricchi dovevano esserlo un tempo.
Perché in quel palazzo o non ci abita nessuno oppure ci abita una sola famiglia, oppure lo abita un custode.
Questa mattina è come tutte le mattine. Ho il bricco del the sul fuoco, ho acceso il computer per leggere i giornali on line, e sto riponendo nel frattempo la roba lasciata in giro ieri sera. Casa mia è triste, al mattino. Si vede che non è vissuta, casa mia. Che ci sto giusto il tempo del giusto tempo.
Che chissà che è, il giusto tempo per ogni cosa.
Immagino possa accadere tutto.
Perché non c'è niente, o meglio, c'è solo un palazzo a corte e una scala e una ringhiera verde. Quindi quella scala può percorrerla chiunque, perché il portone giù è sempre socchiuso o addirittura aperto. Il cortile non è sporco, ma solamente trascurato. Qualcuno che si occupa della casa c'è, quindi. Però da qui, io non vedo nessuno. Quindi non so, quindi io posso immaginare.
Perciò facciamo salire una donna, da questa scala. Facciamo sì che i miei occhi la vedano improvvisamente sfiorare con le mani la ringhiera, incerta salire in cima alla scala e guardarsi in giro per cercare l'entrata o un citofono, o qualcuno ad accoglierla. Facciamo che quasi spaventata mi guardi perché si è sentita osservata, e facciamo che il the cominci fastidiosamente a ribollire nel bricco di alluminio; facciamo che io velocemente, per spegnere il fornello, e al mio ritorno lei è sparita.
Che peccato, anzi no. E' stupendo. Ha trovato la strada per raggiungermi e sta dietro la mia porta. La faccio entrare, ed è una donna molto bella. Sta cercando qualcuno nel palazzo, però io non posso ascoltare se non il timbro della sua voce, che è dolce. Una donna così potrebbe dire tutto e niente. Come sono superficiale, con le donne. Non ho ascoltato una sua sola parola, e con molta probabilità le sono apparso davvero buffo, o poco sveglio.
Quindi mi guarda e mi bacia. Senza nessun preliminare, senza che io me lo aspettassi. Mi bacia senza sapere se in casa mia c'è un altra donna, o i miei figli, o qualcuno, dico. Così. Mi bacia come una di quelle pornostar che mi appaiono nei pop up del PC. E mi tocca, mi sfiora il collo con la punta della lingua, ed io sono tutto contento.
No, troppo veloce, non mi piace. Sono ridicolo, tutto contento. Torniamo indietro: lei è ancora incerta sul ballatoio e sta cercando la porta, ma io ho già spento il fornello dove è bollito il mio the. Non voglio seccature, io. Voglio guardarla senza alcuna interruzione.
Dunque, a questo punto perché si accorga d'esser guardata lei deve guardarmi. Necessariamente, altrimenti la storia non ha senso. Che senso avrebbe una storia dove una donna, che sale una scala, non guarda l'uomo che la guarda, entra sicura in quella casa e non succede niente? Nessun senso, sarebbe unica protagonista la ringhiera. Quindi lei deve guardarmi. E non è necessario che ve la descriva questa donna, perché dovrò farlo per forza quando mi incontrerà, quando i suoi occhi mi bucheranno l'anima, quando che, accadrà che, dico io che, che lei mi risponderà che, e mi bacerà o chissà cos'altro perché.
Quindi va a finire così, banalmente in un incontro sentimentale, questa storia che ha del genio?
No, facciamo che è una ladra. Vuole i miei soldi. Ambisce alle mie ricchezze.
Lo capisce subito, che sono ricco.
Perché un ricco lo capisci subito, che è ricco. Da come guarda, dal modo in cui sposta la tenda per guardare, dalla tenda che è una tenda da ricco. Dalla finestra in legno e le sue persiane.
Dal ballatoio che diventa mio, dalla scala che sta salendo, che è mia. Dal palazzo in stile liberty che è mio, e non esiste nessun vicino e quindi, nessuna mia curiosità. Dal portone che la mia servitù ha dimenticato aperto.
Ricordatemi di licenziare la servitù tutta, che commette queste imperdonabili dimenticanze. Anzi no, altrimenti sarei un ricco despota, mentre - per temperamento congenito - io sono da sempre dalla parte degli oppressi, degli sfruttati, dei poveri. La faccio entrare perché io sono ricco, e ho dalla mia parte la sicurezza e la benevolenza dei ricchi. E lei si guarda attorno, e si lascia intimorire dal mio arredamento da ricco. Mi guarda, e pensa che se fosse mia moglie sarebbe ricca anche lei.
Ma è una ladra, e come tutti i ladri, si accontenta, e con qualcosa mi colpisce alla testa e io vedo il buio vero, quello che si vede quando si perdono i sensi.
E' giorno. Il sole entra e stira le ombre del montante della finestra. Oltre vi vedo la ringhiera verde, e la scala.
Non c'è alcun palazzo liberty, ma una donna sta salendo quella scala, entra mi guarda e si siede. Mi coccola un po', ma non capisco mica, quello che dice. Mi fa alzare dal lettino, scosta il trespolo della flebo e mi accompagna in cucina, una cucina piccola dove c'è il bricco del the che fa un casino tremendo. Bolle, il mio the.
Mi accarezzo con la lingua le gengive, non ho denti e le mie mani sono tutte raggrinzite, tutte rugose. Sono vecchio, a un passo dalla morte.
E quella donna dev'essere mia figlia.
Dov'è mia moglie?
Ho voglia di piangere, ho voglia di emozioni, io voglio vivere.
21/02/2006
Al principio non è stato bello, anche perché ogni volta che la puzza di fumo mi arrivava al naso, mi sentivo soffocare. Oppure come se qualcuno mi stesse ficcando due dita in gola, per farmi vomitare. Una volta ho subito questa cosa qua in una specie di bettola, ci stavo con una tipa che voleva dirmi chissà cosa. Avreste dovuto vederla, lei. Tutta impegnata, dall'aria mediamente interessante come se non volesse apparire figa, tipo mai io ancheggerei se non fosse davvero così la mia andatura. Faceva l'interessante intellettuale e socialmente impegnata e anche politicamente, dico. Qualcosa come rifondazione, dalla parte delle minoranze etniche, tutta gonna lunga e maglioncino avvitato.
Le avevano detto che sono un putritano, io, che le donne le guardo male se non sono coperte.
Roba da pazzi, stavo per dire, ma ho riso come se volessi davvero che lo continuasse a pensare.
Poi ho riso perché lo ha pensato, e si è visto dalla faccia che ha fatto.
Poi qualcuno ha acceso la sigaretta, ed è stato come se mi avessero messo sul piatto un occhio cavato di fresco.
Ho smesso di fumare, ed è già un anno.
Mi ha detto «che puzza» ed io mi sono vergognato, come se. Io l'ho schiaccciata sotto i miei piedi, poi, e dico poi nel senso che è passata una settimana, mi è girata la testa. Mi sentivo come se mi stessero intingendo il cervello nel the. Tipo qualcosa che brucia e che bruciando ti fa perdere il controllo di te. Come quando ti girano improvvisamente i coglioni al punto che mandi tutto a fanculo, come quando stai al semaforo e ti tamponano, come quando ti accorgi che l'assicurazione è scaduta e non hai più soldi.
Poi è passato tutto, e mi sono sentito come un bambino. Che strano. Non avevo più voglia di fumare. Guardavo, nel mio studio logoro ancora di cenere e posaceneri colmi, la mia vita di prima, le mie abitudini. Di quando mi stravaccavo sulla poltrona e mi accendevo una sigaretta. La rigiravo fra le dita, gli soffiavo sopra perché mi piaceva quando brillava. Guardavo le forme del fumo che scorrevano nell'aria.
Allora ho deciso di ricominciare. Ho fumato. Una camel. Che puzzava come qualcosa di vomitevole. Ho pensato che il demonio esiste e che si manifesta con una cosa simile a questa. Ho visto la tazza del cesso a distanza indice. Forte le mie mani hanno aggrappato qualcosa che non ricordo più e, strette a un tubo gelido, pulsando hanno fatto vibrare prima la mia nuca e poi qualcosa nella gola.
Ed è uscito dalla mia bocca il finimondo, e non la smettevo più. E c'era una rosa schifosa di tutto quanto che scivolava piano piano verso la mia faccia specchiata nel cerchio d'acqua fetida.
Porca troia.
Era tutta impegnata tipo una da federazione riunione discussioni per le primarie e robe così, però poi si è vista tutta intera e mi è dispiaciuto, dico. Era come qualcosa di buffo, e le ho stretto i fianchi e mi è sembrata come se si potesse rompere di netto, tanto era insicura di quel che diceva.
Ho smesso di fumare, ma non ce la faccio proprio a riprendere.
Sto male, ed è già un anno che tiro 'sta storia con la fune.
Smetto?
22/07/2005
02/04/2005
Un attimo
Erano anni che non facevo la fila alle poste.
Qui la noia assume forme e perimetri e voce rauca.
Devo anche pisciare.
Un attimo di disperazione, un attimo votato a me stessa. Un attimo mio, io. Un attimo in cui fobie e stanchezza di fondono nell'immagine di un pugnale affilatissimo che va a piantarsi nel cuore della impiegata. Ho fretta, cazzo. Il gelo del corrimano è la mia crudeltà.
La vedo torcersi e nell'istante che muore, guardarmi. Come se la sua ultima occhiata dovesse infliggermi un qualche rimorso.
Illusa.
Erano anni che non facevo la fila alle poste.
Qui è tutto cambiato, anche il sistema di sorveglianza. Prima non c'era, adesso c'è, con tanto di monitor LCD. Mi guardo come se non fossi io, mi guardo da spettatrice e non sono male.
E' una fortuna che esistano le sabbie mobili, da qualche parte.
Anche la pena capitale.
Erano anni che non facevo la fila alle poste.
Devo pisciare, non posso più aspettare. Mi sfuggono ormai angoli e piani e ornamenti penduli. Apro la borsetta di questa baldracca qua, ci infilo dentro il coso e piscio. Piscio. Come un dirigibile che scoppia nel cielo. Se ne accorge. Mi aspettavo una reazione diversa, però.
La porca me lo stringe con la mano destra, me lo stringe fino a farlo venir duro. Si impenna, io schizzo dappertutto, anche sul monitor LCD, anche sulla vetrata blindata, sulle teste di tutti, sul contapersone, sui totem e dai totem trabocca come lava o miele o muco, lento scivola giù fino al pavimento; virtualmente in bocca alla impiegata che mi guarda, come se il suo sguardo potesse infliggermi un qualche rimorso.
Illusa.
Erano anni che non venivo alle poste. Si, non sono male, peccato che io debba attirare solo perversi, gente lurida. Come mi piace la gente lurida, mi stimola la mente. Occhi stupidi e nervi tesi.
Non abbiamo niente in comune.
02/04/2005
Cocci
Parliamo di cocci.
Cocci trapezoidali blu ovali semicilindrici cocci oblunghi bianchi triangolari traslucidi affilati goffi mozzi inquietanti filanti piccoli buffi cattivi rotondi rossi cocci quadrangolari tozzi grossi verdi cocci. Cocci da per tutto, qui. Cocci. Cocci tutti attorno di tanti colori, cocci che a vederli i cocci ti verrebbe da prenderne uno da terra come sto facendo io adesso e guardarlo nel suo verso giusto, giusto per costruirci attorno una forma. Una immagine immaginata, una forma che si forma dai cocci. Dal semicerchio un cerchio ed è la bocca di un'anfora, dai due lati del quadrato ed è la base di una statua. Una qualsiasi forma, recuperata, ricordata. Cocci, cocci rotondi cattivi rossi come la lampada che stava in quell'angolo del corridoio. Cocci sparsi ovunque e i miei ginocchi sanguinano. Sanguinano i piedi. Se mi sbilanciassi per il dolore, cadrei sui cocci. Dolore su dolore. Se cadessi sui cocci sanguinerei sangue. Due gocce. Se sanguinassi colorerei i cocci. Cocci, colorati cocci colorati, cocci colorati e colorati cocci. Cocci dappertutto cocci. Cocci che a guardarli bene sono cocci di giorni e momenti e di risvegli improvvisi. Cocci di una lampada come il coccio rosso di prima, ma anche cocci verdi verdi come il prato che si vede alla finestra, cocci alluminio come i montanti alluminio della finestra cocci traslucidi come vetro cocci bianchi come l'intonaco cocci blu come il cielo. A prendere quello blu, il primo da sinistra nel palmo della mia mano, lo vedi che s'incastra tra le due nuvole in fondo. E' dello stesso colore.
Montiamo l'immagine. Da questo preciso punto c'è il blu.
Dicevamo. Da questo preciso istante c'è una precisa luce. Da questa precisa luce c'è un preciso istante e in questo preciso istante c'è una stanza. In questa precisa stanza ci sono io, in ginocchio sui cocci. Non c'era pavimento, solo cocci. Non c'era tetto, solo cocci. Nessuna parete, solo cocci. Come se in chissà quale remoto e preciso momento un gigantesco ago avesse frantumato i miei sogni in un colpo. Secco. Imponente. Sento ancora il rumore della tempesta di cocci. Anche i miei timpani sono cocci. Isoliamo i suoni. Da per tutto, sulla sinistra. Qualcuno alla mia destra. Cocci di suono. Suoni che a suonarli parrebbe come profanare un simulacro di cocci. Cocci tondi come i piedi delle note. Cocci come punti luminescenti in una costellazione di cocci. Come le basi dell'equilatero inscritto nel trapezio che spunta fuori dal cerchio la cui retta è improvvisamente l'angolo di un luogo con una poltrona e qualche libro sul tavolino e la lampada rossa e qualche quadro. Sopra il pavimento di cocci la poltrona, le matite e le pagine scritte di chissà quali e quanti pensieri, e poi tu. Di fronte a te io, con il the la teiera le tazze esplose in cocci finissimi goffi buffi piccoli inquietanti. Siamo uno di fronte l'altro. Siamo i pilastri delle pareti. Io e te. Nuovamente nel vortice di cocci che lentamente ricompongono la scena. Ogni coccio al suo posto: i cocci verdi nel prato, quelli blu nel cielo, altri bianchi a formare altre nubi. Altri ancora a ricostruire appendiabiti fontane e pomelli di porta e disordine altro.
Cocci di zerbino, cocci di fiori cocci di cappotto bagnato cocci d'inverno e cocci di lacrime tue al mio rientro in casa.